giovedì 3 dicembre 2015

Parliamo di... Sindrome dell'arto fantasma

Si tratta della sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile: il soggetto affetto da questa patologia ne avverte la posizione, accusa sensazioni moleste e spesso dolorose, talora addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente. 


Cosa succede nel nostro cervello?




Le sensazioni provenienti dall'arto mancante sono dovute alla stimolazione di aree topograficamente contigue nella rappresentazione corticale (homunculus sensoriale).
Il fenomeno della plasticità corticale è di grande aiuto nel chiarire la componente sensoriale di questa sindrome, ma non sembra sufficiente a spiegare il motivo per cui alcuni soggetti affermino di poter avvertire chiaramente il movimento dell'arto amputato. Le sensazioni motorie sono dovute dal fatto che la corteccia motoria continua ad inviare segnali all'arto mancante spesso per molto tempo dopo l'amputazione


Quali sono i trattamenti possibili?


Il metodo più diffuso consiste nell'utilizzo della Mirror Box, ovvero una scatola dotata di uno specchio, in grado di dare al soggetto l'impressione di vedere il proprio arto fantasma nell'immagine riflessa dell'arto sano. Questo trattamento sembra aver portato numerosi benefici ai pazienti affetti da paralisi e dolori all'arto illusorio. Il fatto stesso di fornire un feedback visivo dell'arto in movimento sembra poter agire sui circuiti cerebrali tanto da variare la mappa corporea. 


           


Partendo dall'idea della Mirror Box, il ricercatore Max Ortiz Catalan ha sviluppato un metodo innovativo per il trattamento della sindrome dell'arto fantasma che utilizza la realtà aumentata. Egli pone degli elettrodi sul moncone che permettono di creare sullo schermo l'arto mancante. In seguito, il soggetto utilizza questo arto virtuale in un gioco di corse automobilistiche in modo tale da giungere a una percezione più complessa dell'arto mancante rispetto all'uso dello specchio. Questa terapia è stata sperimentata su un uomo di 72 anni ed ha avuto un notevole successo. 


                           

Questo è un perfetto esempio di come la tecnologia possa fornire un importante supporto in ambito psicologico. 

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